In esclusiva abbiamo intervistato la famosa attrice romana, interprete in oltre 70 film.

Il PalaSerranò ospiterà venerdì 29 novembre, alle ore 21:30, lo spettacolo teatrale "Coppie e doppi", traduzione da Shakespeare, adattato e interpretato dalla famosa attrice Anna Galiena. L'evento è organizzato dall’associazione “La Nutrice” di Patti, in collaborazione con la casa di produzione “C’è” dell’attore e produttore Raffaele Buranelli e dell'attrice e regista Karin Proia che dell'evento è la direttrice artistica.

Lo spettacolo è una rivisitazione delle opere del grande poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare, dalle cui opere Anna Galiena è particolarmente attratta. 

Per saperne di più sullo spettacolo e sulla protagonista abbiamo intervistato telefonicamente proprio Anna Galiena che in questo momento si trova in Francia.

Ecco l'intervista.

Coppie e Doppi. Anna Galiena porterà sul parterre di Patti il suo primo amore, Shakespeare.

Il rapporto con Shakespeare era cominciato già quando leggevo testi in italiano, stavo ancora in Italia, abitavo ancora con i miei. Sapevo che amavo il teatro, ma sapevo anche che c’era un forte veto rispetto non tanto al teatro, ma a tutte le professioni artistiche. Mio padre, che era un uomo fantastico, che l’arte invece l’amava e la frequentava, e che mi aveva sempre abituata, ci aveva abituati, a frequentarla l’arte, musei, libri, musica classica, musica jazz, musica di buona qualità, ecc., aveva imposto un veto a essere artisti, perché, diceva, gli artisti vivono male, fanno una vitaccia. L’arte godetevela, ma non la fate, ci diceva. Già prima di partire per gli Stai Uniti, pur se in italiano, io lavoravo su questi testi ed avevo delle idee di regia. Poi spostandomi nell’America del Nord ho avuto un bellissimo regalo: la collezione dei lavori shakespeariani in inglese, edizione Oxford. Ho iniziato quindi a leggere in inglese per vedere quanto erano belli, a memorizzarli, a recitarmeli, e addirittura su uno di questi lavori, proprio su Romeo e Giulietta, avevo formato un breve spettacolo sperimentale. Questo si collega con lo spettacolo che porterò in scena a Patti, nel senso che già allora avevo delle necessità di tipo scenico che appartengono più a un regista che non strettamente a un attore. La cosa piacque talmente, che il progetto venne sponsorizzato nei tanti teatri stabili americani. Ci fu chi si interessò, il teatro stabile di Baltimora, e un teatro importantissimo a New York, Second Stage, che è un teatro della Off-Broadway, che ha una capienza piccola di posti ma ha lo stesso livello professionale di Broadway.

Questo amore per Shakespeare non è mai finito. Appena ho cominciato a recitare ho fatto anche la domanda per un provino in una scuola shakespeariana fantastica e sono stata accettata. Quindi ho cominciato a fare spettacoli con loro; con loro ho anche fatto il mio primo spettacolo Broadway, che era un Riccardo III. Visto che frequentavo i materiali che mi piacevano, io continuavo a leggere queste scene shakespeariane, dove imparavo la mia parte ma anche quella del partner, e le vivevo insieme. Lì ho scoperto una cosa: ho scoperto che si può, trovi la matrice del dualismo dell’essere umano, che abbiano tutti quanti noi, maschile e femminile, aggressore e vittima. Mi piaceva moltissimo questo scambio.

Ed eccoci qua con Coppie e Doppi che porterò in scena al PalaSerranò. Con queste scene, che ho tradotto e ho anche adattato, perché significava mettere insieme questi dialoghi, il pubblico assiste all’esplorazione dell’una e dell’altra parte. Questi personaggi si parlano e si rispondono, interagiscono.

Anna Galiena non è soltanto un’attrice di teatro. Ha recitato in oltre 70 film, è stata protagonista in tantissime serie tv, non solo in Italia. Ha persino ballato nella trasmissione “Ballando con le stelle” di Milly Carlucci. Un’artista poliedrica, una stella che per brillare è dovuta volare negli Stati Uniti. In una intervista ha anche detto che è dovuta andare in Francia, il suo grande amore, per trovare rispetto professionale. Crede che in Italia per le nuove leve sia ancora così?

Si, è vero che ho dovuto dare l’impulso alla mia carriera, in due paesi, prima negli Stati Uniti e dopo in Francia. Negli Stati Uniti perché all’epoca non mi piaceva quello vedevo nel teatro italiano e volevo imparare altrove. Avevo già studiato il teatro anglosassone e il teatro dell’Europa dell’Est, e mi piacevano, durante i miei anni in cui circolavo per l’Europa con l’autostop. Mi ero detta no, in Italia non voglio imparare; trovavo allora, parlo della metà degli anni settanta, il modo di lavorare in scena troppo “trombone” per i miei gusti. Negli Stati Uniti ho cominciato, ho avuto le porte aperte subito, perché loro hanno un sistema di protezione e di inquadramento della professione dell’attore, che è proprio come quella di una professione qualunque, quindi per esempio di un avvocato, per cui devi appartenere ad un albo, e il modo per entrarci è lungo e laborioso, ma delinea la professione. Quindi una volta che l’attore è nell’albo ed ha la sua tessera di appartenenza alla professione di attore di palcoscenico, è protetto, protettissimo. Non solo, ha accesso illimitato a tutte le audizioni che vengono fatte per i teatri chiamati “legittimi”, cioè Broadway, che sono quelli che ti pagano. La stessa cosa avviene in tutti gli altri paesi anglosassoni. L’organizzazione è quindi uguale in Inghilterra, in Australia, ecc.. E’ una organizzazione fantastica. Io ho provato a proporla durante l’unico sciopero che ci fu in Italia a degli attori italiani, mi pare che fu nel 1988, e venni accusata di corporativismo, e la cosa morì là. Ma io un giorno vorrei molto occuparmene, perché consentirebbe un rispetto e una considerazione del nostro lavoro che adesso qui in Italia non c’è. Arrivata in America ho fatto quello che fanno quelli che non hanno potuto fare l’Università, venendo dall’estero, che è l’unica altra strada, passare cioè dall’Off-Off-Broadway, che non è un teatro amatoriale, ma un teatro di “scoperta”, loro lo chiamano vetrina. Non sei pagato, quindi la mattina fai i lavori che puoi fare per mantenerti, nel mio caso io ho fatto di tutto; ho fatto l’operaia, ho pulito gli appartamenti, ho fatto anche la cameriera nei ristoranti. La sera, se ottieni i ruoli, vai a fare degli spettacoli, nei quali poi vieni scoperto e i professionisti possono proporti per i provini ai quali tu non avresti accesso, per il teatro “legittimo”, cioè quello dell’Off e di Broadway. Questa organizzazione professionale, che è fantastica, mi ha permesso di andare alla prima audizione che ho fatto, e siccome, forse il talento c’era e c’era anche la passione, ho avuto il ruolo ed ho cominciato a lavorare. Dopo due anni appartenevo a Equity, avevo la tessera dell’Albo, ed ho potuto lavorare anche negli spettacoli di Broadway, ed essere pagata come attrice.

L’altro paese che mi ha permesso di dare una svolta alla mia carriera è stata la Francia, perché dopo tre anni in cui ero tornata in Italia, era l’84-87, anni in cui ho lavorato molto, ma non ero soddisfattissima di tutte le cose fatte, anche perché, diciamolo pure, erano anni un po’ bui per il cinema italiano, che poi ha avuto una nuova leva, una nuova generazione, è diventato interessante. Ho potuto lavorare in Francia, ed è vero che lì a primo impatto ho scoperto un maggiore rispetto per l’attore in generale, mentre in Italia c’era molto inchino davanti all’attore protagonista, mentre gli altri venivano trattati come merce da magazzino. Mi è piaciuto l’ambiente che ho trovato, ho voluto continuare a lavorare, ho avuto fortuna ed ho continuato a lavorare sino al film importante che mi ha lanciata internazionalmente, e quindi bene così.

La sua vita non è stata quindi tutta rosa e fiori. Ci ha appena detto di aver fatto tanti sacrifici per mantenersi, è persino andata a fare le pulizie negli appartamenti. Cosa si sente di suggerire a chi oggi si vorrebbe affacciare al mondo dello spettacolo, e del teatro in particolare.

Ho fatto molti sacrifici per poter lavorare come volevo io; a me quello che interessava non era soltanto di diventare ricca e famosa, io volevo fare dei buoni lavori con dei buoni registi, degli ottimi colleghi, delle belle sceneggiature, o copioni, in teatro è ovvio, e questo è arrivato dopo tanti sacrifici e dopo aver potuto lavorare in due paesi stranieri. Certo, non tutti possono fare la stessa cosa, non tutti c’hanno la stessa elasticità e facilità per le lingue che io ho sempre avuto, e questo è quindi un primo problema. Non tutti riescono a emigrare, e non vedo neanche perché questa Italia che è ricchissima di arte, di talento, debba continuare ad esportare i propri talenti, e a non dare credito nazionalmente. I consigli che posso dare sono di tipo filosofico. Io penso che lavoro chiama altro lavoro, anche quando tu non ce l’hai il lavoro. Però il fatto di stare lì concentrati a memorizzare testi, a recitare testi, a vivere, a ispirarti proprio delle cose che tu ami, porta sempre al tuo lavoro. Io quando non avevo ingaggi continuavo a studiare, studiare, studiare, anche per conto mio. Voglio fare Shakespeare, bene, mi memorizzo opere intere. Quando è arrivato il primo provino, infatti, quello per Romeo e Giulietta, oltre al fatto che avevo una particolare predisposizione per il ruolo e un particolare talento, ho fatto una parte che conoscevo. Io sentivo i consigli dei più grandi, quelli sensati. C’era una grande insegnante inglese che diceva: Volete fare un ruolo, avete diciotto anni? Cominciate già a studiarvelo. Quando arriverà il momento già lo conoscerete, avrete la vostra idea. Passare il tempo a lamentarsi, cosa che io sento intorno a me, non serve. I sacrifici principali che io ho fatto non sono solo quelli dei lavori duri. Sono stata li per quattrodici anni e non ho fatto vacanze. Ma chi se ne fregava di fare vacanze, o di uscire, divertirmi. Ero giovane, e un signore più grande per il quale per un po’ di tempo ho lavorato, era un avvocato, gli facevo da segretaria, mi disse: ma come si fa, non hai neanche trent’anni, stai qui, lavori sempre, non ti diverti mai. Quando ti guarderai indietro cosa vedrai della tua gioventù? Ed io dissi: bo, questa cosa forse mi mette in crisi. Poi ho trovato la risposta: Ma chi se ne frega, questo è quello che voglio fare, i sacrifici non contano. Ho capito, ma l’ho capito poi lavorando in un paese che queste cose te le dice continuamente, priorità, priorità, priorità. Qual è la priorità? Recitare bene. Io passo il mio tempo a recitare. Poi se posso permettermi il lusso di uscire ogni tanto con un’amica, e fare una chiacchierata, bene. Non posso fare le vacanze? Chi se ne importa.

Il mio consiglio è: comunque vadano le cose, per quanto duramente dobbiate lavorare, continuate a lavorare, a sviluppare i vostri testi, le vostre idee. Ci sono di attori e di attrici che sono anche capaci di scrivere. Fate, scrivete, cercate, vivete in compagnia; un paio che sono riusciti a far sviluppare dei testi, a proporli a organizzazioni, ci sono. Stare a lamentarsi, a piangere, non serve a niente.

Con il senno del poi, rifarebbe tutto quello che ha fatto nella sua vita? Non essere diventata “la professoressa Galiena” le è un po' dispiaciuto?

Più ti accetti come persona, in tutto quello che hai, difetti e pregi, meglio vivi e più puoi dare di te al mondo quello che tu hai. Io cerco di non avere né rimpianti ne rimorsi. I rimpianti teniamoceli solo per quei momenti bui. Il rimpianto non serve assolutamente a niente, e meglio dice: sono così. Se non ci apprezziamo, se non ci valorizziamo per quello che siamo veramente, non ci possiamo sviluppare al meglio, non possiamo dare al meglio, saremo sempre in riserva. Sempre al tot %. Per essere al 100% bisogna imparare a dire ok, mi accetto per quello che sono.

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