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Le cerase dell’Assessore

Domenica 13 giugno u. s. si è verificata a Patti e dintorni una singolare coincidenza di iniziative e avvenimenti che hanno messo in fermento la vita socioculturale, politica e religiosa della zona.

Al Convento di S. Antonio, ormai privo di frati da molti anni, si celebrava la festa del Santo, preceduta da una tredicina solenne, officiata dal Vicario Generale con l’assistenza di Nicola, Antonio e altri come chierichetti, Carmelina all’organo.
Nell’Auditorium del Seminario si concludeva il Convegno sulla salute, dedicato quest’anno ai problemi dell’ozono terapia, la cui anima organizzativa era don Bertino, cappellano dell’ospe­dale che qualcuno, ironicamente ma non troppo, chiama Il Primario.
Nella cripta di S. Ippolito s’inaugurava la 5a edizione di Artisti nel piatto, dedicata quest’an­no al tema del viaggio, mostra di ceramica promossa e animata da Rossana Giacalone Caleca, Marcegaglia della zona, ammirevole per coraggio imprenditoriale, non meno per garbo ed esprit de finesse. Al suo fianco, perfetto anfitrione d’impareggiabile eleganza, Filippo Nasca, direttore dell’Ufficio Regionale del Turismo nella zona di Tindari e Patti.
Al civico Palazzo, sito proprio di fronte alla chiesa, il sindaco Venuto, con l’ausilio e il contorno degli Organi comunali di competenza, attendeva  la visita di Gaetano Armao, assessore regionale ai Beni Culturali, per un sopralluogo ai locali dell’ex convento S. Francesco, destinato a diventare dopo gli interminabili restauri sede multifunzione come museo, sala convegni ecc.
A Montagnareale si celebrava la 2a  edizione della Sagra della ciliegia, grazie all’impegno del sindaco, appartenente ad un ramo della progenie dei Sidoti, che da molti anni si era affer­mata in ambito commerciale per mobili e affini, oltre che nell’edilizia, e aveva segnato anche la vita sociopolitica in ambito comunale e provinciale; senza dire che la Sagra della castagna, fiore all’occhiello delle iniziative autunnali, aveva raggiunto la 35a edizione.
 
Ora, mentre le prime due ricorrenze si sono svolte serenamente e in modo autonomo, la prima con la messa solenne del Vicario al Convento e la seconda con quella ancora più solenne del Vescovo assistito dal Primario in Cattedrale, le altre tre si sono intrecciate tra loro, com’è giusto che sia del resto, perché cultura politica e sociale devono sostenersi vicendevolmente se vogliono sopravvivere, almeno in termini di organizzazione e realizzazione economica.
Si è pensato dunque di far coincidere la visita al Palazzo con l’inaugurazione della mostra e il sopralluogo all’ex convento, futura sede culturale del Centro storico pattese che, opportu­namente e secondo reiterate dichiarazioni, occupa un posto privilegiato nei pensieri e nelle cure dei Responsabili, almeno d’estate e per le occasioni; Montagnareale avrebbe partecipato non solo con la presenza significativa di Sindaco e Seguito, ma altresì con l’omaggio delle cerase. Rossana e Filippo avrebbero voluto coinvolgere nella cerimonia anche il parroco di S. Ippolito, che per la mostra aveva messo a disposizione la cripta della chiesa; sapevano però che don Francisco è un tipo difficile e quindi, esperti ormai da tanti anni di frequentazione, non hanno insistito più di tanto e alla fine erano quasi contenti di non doversi preoccupare anche della sua presenza scomoda e di eventuali suoi imprevedibili interventi.
Sabato erano cominciati i preparativi, che avevano almeno un poco distolto dalla sonnolenza abituale i pochi abitanti della zona.
Appositi divieti avvertivano che in piazza Municipio, come viene comunemente chiamata piazza Cavour, era proibito sostare dalle ore 7.30 alle 13.00 di domenica 13 giugno. Ma quello che maggiormente ha suscitato meraviglia, soprattutto nelle 7 persone 7 che vi dimorano, è stato il fatto che via Cappellini, che dal Palazzo conduce all’ex convento S. Francesco, è stata ripulita con una certa sollecitudine e cure inconsuete. Sono rimasti sbalorditi anche i gatti della signo­rina Maria Teresa, abituati ad ammirare la padrona impegnata a dare con discrezione una spazzatina periodica nei pressi dell’abitazione e, d’estate, don Carmelo che la spazza quasi per intero e la innaffia per rinfrescarla, come dice lui. Per l’occasione, invece, anche le erbe che vi crescono spontanee erano state rimosse.
Al fine di dare all’avvenimento complesso il giusto rilievo e la diffusione più ampia, oppor­tunamente avvertite, erano giunte in notevole anticipo per predisporre gli attrezzi, stampa e TV.
Domenica mattina, con puntualità esemplare, avviene l’incontro programmato nella sala consiliare. A turno hanno preso la parola i Responsabili vari. Non è certo facile riprodurre in dettaglio i loro discorsi, ma non è arbitrario ipotizzare che il perno attorno al quale si sono sviluppati gli interventi è stato il Centro storico e la sua rinascita, cui avrebbe certo dato un contributo determinante la progettata apertura del polo culturale, già in fase di avanzata realiz­zazione presso i locali dell’ex convento, destinato a divenire fulcro e base di uno sviluppo per la conoscenza e la valorizzazione del territorio, soprattutto per le Nuove Generazioni, sulle quali poggiano le speranze del domani, ecc. ecc. … Le parole erano certamente belle, ma ancora più bello e coinvolgente era il patos dell’eloquio e il tono che gli Oratori vi trasfondevano, al punto che quasi tutti i presenti, incantati e commossi, assentivano accompagnando gesti e parole con cenni ripetuti del capo e ne segnavano la fine con applausi scroscianti.
L’inghippo è sorto al momento dell’omaggio fruttifero: si cercavano, ma non si trovavano le cerase.
La Delegazione di Montagnareale chiedeva dove fossero andate a finire; i Responsabili pattesi dichiaravano di non saperne proprio nulla; la Marcegaglia mediava tra le Parti, dicendo all’una che si sarebbero trovate e all’altra chiedendo dove e a chi erano state consegnate. Il tutto, naturalmente, con discrezione ed imbarazzo e, soprattutto, cercando inutilmente di nascondere il disagio al paziente Assessore.
Ad un certo punto l’Anfitrione ha proposto saggiamente di andare prima a visitare la mostra e il Convento e tagliare il nastro nella cripta, con la speranza o di trovare nel frattempo le cerase occultate o, in caso contrario, dimenticarle del tutto.
In realtà uno che sapeva c’era, ma ormai si trovava lontano.
 
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Quella mattina, come tutte le domeniche, don Francisco era arrivato qualche minuto prima delle 9.30, con la speranza che qualche fedele ricordasse che era domenica. Piazza Municipio era sgombra e due vigilesse vigilavano perché non s’ingombrasse; un altro vigile, piazzato in divisa alla curva di Don Lillo, ricordava a tutti, con la sola presenza, che al Municipio succe­deva qualcosa di speciale.
Le più solerti erano state come sempre la signora Concettina e la signora Sara, che arrancava a fatica e si faceva compagnia da sola fumando e tossendo. Erano quasi sempre le due che dialogavano sin dall’inizio il Rosario, cercando di andare a tempo come don Francisco pretendeva ormai da tempo, convincendole o costringendole anche con occhiatacce quando sgarravano. Alle loro Avemarie s’aggregavano come potevano i pochi altri, man mano che arrivavano, e il coro si faceva sempre più sostenuto e sonoro. Era giunta anche Manuela l’organista che, sistemati strumento e spartiti, si era unita alla preghiera.
Mancavano pochi minuti alle dieci, quando entrò in chiesa un signore, poco più che tren­tenne, piuttosto impacciato anche perché con le mani reggeva due ceste ricoperte di felci dal bel verde intenso, dalle quali occhieggiavano qua e là ciliegie rosso cupo e lucenti. Egli, dopo aver trattato inutilmente con l’organista, si rivolse speranzoso a don Francisco dicendo che doveva consegnare le ceste.
«Forse sbaglia; forse deve portarle al Comune» rispose col garbo dovuto a un messaggero-latore don Francisco, il quale aveva intuito che le ceste avrebbero fatto parte della cerimonia dando un’occhiata ai depliant poggiati sulle felci. Non ci voleva del resto molta perspicacia a capirlo; e don Francisco un po’ di perspicacia l’aveva; solo che, all’occorrenza, emergeva in lui dal profondo una certa ironia condita di malizia, che lo rendeva al tempo stesso simpatico, imprevedibile e temibile.
Il massaggero-latore, però, non lo sapeva e, imperturbabile, riprese: «Non è questa la chiesa di S. Ippolito? A me hanno detto di portarle qui ed io qui le lascio», facendo segno di appoggiarle sul banco vicino.
Don Francisco non poté che ammirare la coerenza del messaggero e, rimuginando tra sé un piano ancora indistinto, lo pregò di portarle in sagrestia, mentre i pochi presenti dissimulavano egregiamente la loro curiosità continuando ad alternare le Avemarie.
Alle distrazioni che di solito accompagnano anche le preghiere più attente, quel giorno si aggiunse per don Francisco quella delle ciliegie e, tra un canto ed una lettura, un preghiamo e un il Signore sia con voi, egli non riuscì ad allontanare del tutto il problema e la ricerca di una soluzione.
Di recarsi in Municipio alla fine della messa e partecipare agli osanna per l’Assessore e gli Oratori di turno … neppure a pensarci; gli bastava associarsi all’osanna che aveva appena intonato la signora Granata a squarciagola e non senza voluttà; mandare qualcuno a portare le ceste facendo dire che venivano da Montagnareale, poteva essere cosa più che accettabile, ma sulla ragionevolezza prevalse in quel momento, purtroppo, quella sottile malizia o perfidia cui a volte non riusciva a sottrarsi, e scartò la soluzione.
Pensò allora di regalare le ciliege a qualcuno dei suoi parrocchiani, ma la soluzione creava altri problemi, anche perché non era possibile farlo in modo riservato del tutto e gli esclusi avrebbero avuto ben ragione di restarne delusi ed offesi. Dopo molti pro e contro equivalenti che si elidevano a vicenda, una illuminazione improvvisa gli venne da un gruppo di extraco­munitari indiani, che di solito partecipavano con devozione ammirevole alla messa della dome­nica; e formulò diplomaticamente la soluzione, a parer suo la più giusta: se alla fine della messa nessuno si fosse presentato e reclamare le ceste con le ciliegie, egli le avrebbe date agli indiani.
Conclusa la messa, nessuno avendo avanzato pretese, fece chiamare due degli indiani pre­senti e consegnò loro le ceste.
«Grazie - rispose uno di essi con un largo sorriso - frutto mangiare molto … buono … noi piace».
Sbrigati gli ultimi adempimenti e i saluti, don Francisco rientrò a casa e, armeggiando in cu­cina, calcolava soddisfatto che forse, proprio mentre al Municipio di Patti si cercavano invano, alcuni indiani vocianti col loro parlare a raffica e a gesti, gustavano ignari le cerase dell’As­sessore.
 
 
Narcof  Staitopic
 
 
 
 

Ipab Sciacca Baratta, l'Mpa scrive all'assessore regionale

Il consigliere provinciale Roberto Cerreti scrive all'assessore alla Sanità, Massimo Russo, per segnalare la ''telenovela'' dell'Ipab Sciacca Baratta di Patti.

''Il.mo Dott. Russo,

non si può assistere inermi al continuo “scippo” perpetrato nei confronti della nostra provincia, ancor più, se a subire tale costante sottrazione, è il cittadino bisognevole di cure e del rispetto del proprio diritto alla SALUTE ed alla ASSISTENZA, bene unico e fondamentale dall’inestimabile valore individuale e sociale.
Su richiesta del circolo pattese del MPA ed interpretando le numerose istanze dei cittadini e degli amministratori, Le segnalo che oramai da diversi anni assistiamo ad una spiacevole telenovela riguardante le sorti dell’Ipab dell’Opera Pia Sciacca Baratta, che gestisce l'omonima casa di riposo sita nei locali in affitto in corso Matteotti a Patti.
Di fatto da ben 36 mesi i 13 dipendenti non percepiscono lo stipendio ed i proprietari dell'immobile sono stati costretti, avanzando gli affitti, ad avviare la pratica di sfratto per morosità.
In virtù di quanto sopra, si era cercato di trovare una soluzione alternativa, che consentisse di mantenere l’importantissimo servizio per la cittadina pattese, richiedendo invano al direttore generale dell’ASP 5 di Messina dott. Salvatore Giuffrida, di poter usufruire in comodato d’uso dell’immobile di proprietà dell'ASP, costruito 10 anni fa e mai utilizzato, sito a Case Nuove Russo, che presenta caratteristiche idonee allo scopo, oltre che essere immediatamente pronto per l'uso.
Purtroppo incomprensibilmente il dr. Giuffrida non ha ritenuto di dar seguito all’intelligente proposta di utilizzo di uno dei tanti beni patrimoniali pubblici inutilizzati del territorio messinese, lasciando la popolazione pattese e l’opera Pia in attesa da oltre 6 mesi di una risposta.
Capirà bene signor Assessore, come questo tipo di atteggiamento amministrativo non serva a realizzare un opportuno clima di fiducia nei confronti delle istituzioni, considerando l’importanza che il servizio offerto dall’IPAB riveste sul territorio comunale, e la rilevanza che il prosieguo di questa importante attività ha nell’economia sociale dei 13 dipendenti e dei quasi 20 ospiti della struttura.
Pertanto, illustrissimo dott. Russo, nel rispetto dei presupposti costituzionali e normativi inerenti i servizi sanitari  e di assistenza, e consapevole della sua grande sensibilità in tal senso, La invito formalmente ad intervenire immediatamente presso il direttore generale dell’ASP 5 di Messina, affinché valuti positivamente la proposta di cedere in comodato d'uso gratuito all' Opera Pia Sciacca Baratta gli inutilizzati locali pattesi di proprietà dell’ASP, consentendo il recupero di ospiti e quindi di liquidità che permetterebbero alla casa di riposo il suo rilancio nel territorio, e scongiurando viceversa, la chiusura e quindi la perdita di un servizio così importante!''
Roberto Cerreti
 
 
 
 

L'isola civile, testo di Amadore. Domani presentazione in Villa

Verrà presentato domani, venerdì 18 giugno, alle ore 17,30 presso la villa comunale Umberto I° , il libro "L'isola civile" di Nino Amadore e Serena Uccello.

Interveranno: Nino Amadore – Giornalista del Sole 24 Ore; Giuseppe Verzera – Magistrato della direzione distrettuale antimafia di Messina; Ivo Blandina – Confindustria Messina; Giuseppe Scandurra – Presidente Associazione Nazionale Antiracket.
 
L'evento è organizzato dai ragazzi dell'associazione ''NoveMaggio'' in collaborazione con l'Aciap.

 

 

 

 

 

 

Un pattese il nuovo Questore di Messina

Il dottor Carmelo Gugliotta, 55 anni, nativo di Patti,  è il nuovo Questore di Messina.

Si insedierà il primo luglio subentrando al dottor  Vincenzo Mauro, che lascia la Città dello Stretto dopo tre anni di permanenza, trasferito al Ministero dell'Interno quale consigliere ministeriale aggiunto all'ufficio ispettivo.

Per il dottor Gugliotta è un ritorno nella città dello Stretto. A Messina ha trascorso dieci anni della sua carriera, in due distinti momenti. Prima è stato dirigente della Squadra Mobile, dopo alcuni anni vi è ritornato con l'incarico di vicequestore vicario.

Il dottor Carmelo Gugliotta è commissario di polizia dal 1979.

 

Al dottor Carmelo Gugliotta giungano i migliori auguri per questo suo nuovo incarico da parte della Redazione di PattiOnLine.

Turismo, cultura e vini di Patti –Tindari

Il futuro del nostro territorio ha un percorso obbligato: archeologia, storia, cultura, ceramica, enogastronomia. Questo il tema dell'incontro con le aziende vinicole del pattese, svoltosi nei giorni scorsi nel giardino di Casa Rubes nella via Magretti, organizzato dal Club Amici di Quasimodo.

La manifestazione è stata presentata da Alessia Nastasi, la quale si è soffermata, oltre che sulla storia della viticoltura nel nostro territorio, sulla sua evoluzione che ha portato il prodotto pattese a vertici inimmaginabili, grazie alla passione dei titolari delle aziende presenti sul territorio, che, volentieri, si sono prestati alle domande del numeroso ed entusiasta pubblico che sotto la guida competente dell'enologo, dr. Beniamino Sciacca, ha degustato dieci tra bianchi e rossi delle Cantine Antica Tindari, Daemone, Gaglio, Gatti, Patria e Villa Moreri.

Una serata eccezionale all'insegna del vino del territorio pattese, dei miti e delle poesie sul tema, declamate da Giovanni Sciacca e Dara Ferlazzo, conclusasi con l'appello ai produttori lanciato dalla relatrice Alessia Nastasi, per un percorso comune che attraverso la promozione del prodotto, coniugato alla storia, alla cultura, alle bellezze presenti sul territorio e al turismo, possa diventare momento di crescita per la nostra comunità.

 

 

Scuola di corso Matteotti intitolata al direttore Milici

Si è svolta ieri la cerimonia di intitolazione della scuola elementare e materna di corso Matteotti al compianto direttore didattico prof. Giuseppe Milici.

Alla manifestazione erano presenti, oltre ai bambini delle varie classi del plesso scolastico,  le figlie del diretttore Milici, autorità civili e militari, e tantissimi insegnanti.

La cerimonia è stata aperta da un intervento del prof. Pippo Mollica, che ha ricordato ai presenti la figura del direttore Milici.

Al termine è stata scoperta una lapide.

 

 

 

 

 

Cinema Comunale, gara da rifare

Il Comune di Patti rende noto che presso la sala Convegni di piazza Mario Sciacca si è svolta la seduta pubblica della gara riguardante la gestione del cine teatro comunale.

La commissione esaminatrice, presieduta dalla dott.ssa Luciana Panissidi, ha comunicato la non aggiudicazione dell’appalto.
 
L'offerta economica fatta pervenire dall’unica associazione ammessa alla gara, vale a dire ''La Fenice'', non rispondeva ai requisiti previsti nel bando poiché non è stata presentata in busta separata, chiusa e sigillata.
 
 

Così a Patti si ''incoraggiano'' i fruitori del centro storico

Prendo spunto dalla mozione presentata nel corso di uno degli ultimi consigli comunali, dai consiglieri di maggioranza Filippo Tripoli e Nino Mobilia, per iniziare un percorso illustrativo, rivolto prima a me e poi ai miei concittadini, sulle condizioni del centro storico di Patti.

I consiglieri affermano giustamente che: “Datempo il centro storico è in completo abbandono. Nell’ultimo periodo si parla sempre più di avviare iniziative per il suo rilancio sociale, economico, commerciale ma soprattutto turistico. A nostro avviso solo attraverso un processo di sgravi fiscali nei confronti delle nuove attività che si insedieranno, si potrà ottenere una sostanziale ripresa. L’approvazione della mozione è il vero importante passo per il rilancio della parte antica della città”.
E fin qui niente di male, anzi tutti concordano sul fatto che il rilancio debba partire proprio dallo sviluppo economico del centro storico. Ma qualcuno si è forse chiesto il vero motivo per cui il centro storico è stato abbandonato e non ce la fa a decollare?
Da cittadina una idea me la sono fatta, semplicemente girando per i vicoli alla ricerca di una casetta da favola da acquistare.
Pensando di fare un investimento sul futuro e credendo seriamente all’intenzione di rilanciare il centro storico, avvio le mie ricerche.
Parto così da S. Michele, uno dei quartieri più antichi di Patti, dove ad accogliermi trovo una capretta che i residenti utilizzano per tagliare l’erba visto che gli addetti ai lavori non si sono mai visti.
 
In altre zone, certamente meno frequentate, dove non insistono abitazioni ma segreterie, hanno celermente provveduto a ripulirle e metterle in sicurezza.
 
Mi avvicino poi verso la storica porta S. Michele, riportata su tutte le guide turistiche della zona e trovo una situazione disastrosa, con parti cadenti e scalini scoscesi;
Continuo a salire in direzione del convento di San Francesco, grande struttura di proprietà comunale, ristrutturata da poco con non si sa bene quanti soldi dei contribuenti ma che, non ancora aperta cade a pezzi, oltre a dire che è stata ristrutturata senza aver l’idea della destinazione d’uso da attribuirle;
Guardando dall’esterno questa cattedrale nel deserto, si comprende come sia già stata lasciata all’incuria e all’abbandono.
 
Da qui, attraverso percorsi invasi da erbacce in cui mi districo non senza difficoltà e scalinate sconnesse, vere trappole per gli anziani, non ancora satura di quanto visto mi avvio nuovamente.
 
Coraggiosamente continuo a salire fino a raggiungere piazza Scafidi (meglio intesa piazza Municipio) e qui tutto bene. Comincio così a ridiscendere verso via F.lli Bandiera, alla ricerca della vecchia pescheria. Case in vendita non ve ne sono, ma in compenso trovo una struttura alquanto degradata, utilizzata come deposito materiale edile e altro. Di nuovo, rispetto alle altre zone, trovo accatastati alcuni cestini di plastica per i rifiuti che nel lungo percorso affrontato non avevo ancora visto. Spero che prima della fine dell’estate li mettano in opera.
Da qui, scoraggiata, mi avvio nuovamente verso il quartiere S. Michele e arrivata alla zona intesa “sopra le mura” trovo una sorpresa stupefacente: qualcuno ha pensato bene di privatizzare il vicolo Immacolata, realizzando una scala in ferro.
 
Mi viene assicurato però che gli organi preposti al controllo, a cui è stata segnalata la vicenda, recatisi più volte sul posto, si sono adoperati a far togliere celermente le piantine che una anziana coraggiosa abitante del centro storico teneva davanti la porta, tralasciando il vero abuso.
Malinconica, decido così di tornare alla mia macchina, cercando di non guardarmi più attorno.
Quello che ho visto per oggi mi basta. Mi è passata, come si suole dire, la poesia e non vedo come l’amore per questo centro storico, strutturalmente paragonabile ad un gioiellino architettonico, possa, a queste condizioni, venire a qualcun altro.
Suggerisco allora di iniziare ad amare Patti dalle cose semplici, dimenticando i grandi progetti, certamente belli ma ad oggi utopistici, cominciando magari dalla pulizia dei meravigliosi vicoli da cui si intravede quasi sempre il mare, dall’illuminazione, dalla creazione di spazi aperti di ritrovo per gli anziani dotati di sedili e alberi, dalla messa in sicurezza delle scalinate e dei muri pericolanti, dal collegamento di piazza S. Biagio con la circonvallazione lungo il fiume, la cui traccia è già visibile attraverso gli orti del quartiere Pollini.
Penso veramente che i cittadini le loro riserve di pazienza le abbiano spese già tutte.
Penso che sia veramente arrivato il momento, dopo tanti anni in cui il centro storico viene declamato in mille forme, che gli impegni assunti dall’Amministrazione debbano tradursi in atti concreti. A partire soprattutto dalle cose semplici, la cui non realizzazione rende molto più indecente di quanto già non sia il ritardo nelle altre opere; tanto indecente da diventare ormai intollerabile.